Nell’epoca della televisione onnipresente è esplosa da tempo la controversia social tra “giochisti e risultatisti” (e tra il dizionario e questi orrendi neologismi). Il calcio è un bene di consumo seriale e lo spettatore vuole appunto “lo spettacolo”. Quando invece le partite in tv erano rari eventi internazionali e della tua squadra del cuore nella stragrande maggioranza dei casi vedevi solo 120 secondi a novantesimo minuto, con cinque azioni in croce, poco importava che la tua squadra avesse vinto con un autogoal di stinco di un terzino ubriaco dopo essere restata nella sua area per 90 minuti. Anche chi andava allo stadio non aveva in realtà molti termini di paragone. Cosi la controversia tra zona olandese e gioco all’Italiana era una disquisizione appassionata quanto ideologica tra i chierici di aulica formazione come Gianni Brera che leggevano in queste nuove tendenze metafore della corruzione dei costumi. La bellezza che il tifoso percepiva era quella dell’esperienza allo stadio, nel calore emotivo del racconto alla radio, nella fantasia letteraria dei giornalisti più dotati. Eppure… eppure la bellezza “estetica” del Napoli di Vinicio è diventato epica popolare anche per chi non lo ha mai visto giocare. Come il Napoli di Sarri con il suo gioco sincronizzato e connesso dal filo invisibile delle conoscenze tecniche e tattiche. Arrivando addirittura ad ispirare pagine social di tifosi che sembrano piuttosto correnti filosofiche, politiche o esistenziali (Sarrismo, gioia e rivoluzione). O ancora il Napoli dello scudetto perduto con Maradona, Giordano, Carnevale e Careca in cui erano i maghi in campo a stupirci con giochi di prestigio ed effetti speciali. Squadre bellissime e sconfitte, che ricordiamo con la nostalgia degli come amori perduti. Si è consumata molta sociologia per raccontare questa passione per “la bella morte”, il rifiuto di essere normali e di badare al sodo, al risultato che è “l’unica cosa che conta”. Ma se non sei tra quelli che contano scudetti col pallottoliere fino ad annoiarsi, se come città sei abituato ad essere raccontato come il brutto anatroccolo della nazione, la bellezza non può esserti indifferente. Non l’esibizione narcisista ma la bellezza che ha il coraggio di cercare il risultato scommettendo su se stessa, sulla propria generosità emotiva ed estetica. Questa bellezza è una cura dell’anima per la quale qualcuno ha pagato un prezzo di fatica, di apprendimento e di educazione del talento. E questa cura merita la riconoscenza della memoria, anche se gioiremo ugualmente per le vittorie su autogoal di stinco di difensori ubriachi. Perchè la vittoria, se vivi a sud dello stivale, non è mai banale, non è mai casuale.
La grande Bellezza

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