A CIRO, FIGLIO DI PARTENOPE
Indagando questi cento anni di Napoli, ci siamo imbattuti in storie di ogni tipo: leggendarie, epiche, incredibili. Talmente tante, e talvolta talmente assurde, da costringerci a tagli dolorosi e a scelte faticose. È molto difficile stilare una classifica di quali tra questi miti ci abbia emozionato di più, o di quali eroi in maglia azzurra abbiano fatto maggiormente breccia nei nostri cuori. Li abbiamo amati tutti, indistintamente, dal primo all’ultimo.
Eppure, quando si è trattato dedicare il libro, non abbiamo avuto esitazioni né divergenze. È stato naturale, come qualcosa che hai dentro da sempre e non c’è un perché, ti appartiene e basta.
Un libro sulla Storia del primo secolo del Napoli, a nostro avviso, non può non essere dedicato a Ciro Esposito.
Per farlo, siamo stati a casa sua, di sua madre Antonella e di suo padre Giovanni, in un pomeriggio d’aprile. Ci accompagnava suo fratello Pasquale.
A casa Esposito non si respira un’aria greve, al contrario. Attorno a un tavolo siamo stati travolti dalla forza e dalla vitalità di Antonella. La Moleskine su cui avevamo appuntato alcune domande non è stata aperta mai. Tutto è andato avanti così, con naturalezza, come se Antonella la conoscessimo da sempre.
Abbiamo iniziato parlando dei fatti. Ciro torna a casa dal lavoro quel 3 maggio 2014, ha fretta. Deve farsi una doccia veloce e poi partire con gli amici per Roma, dove c’è la finale di Coppa Italia contro la Fiorentina. Una volta arrivato, si ritrova coinvolto nell’agguato di un gruppo di tifosi della Roma ad alcuni pullman di famiglie napoletane. Non resta a guardare, interviene subito. Uno dei romani, il noto fascista Daniele De Santis, spara quattro colpi verso di loro. Ne ferisce tre, uno è Ciro. Il più grave. Morirà il 25 giugno al Policlinico Gemelli.
Per l’omicidio di Ciro e il ferimento di altri due tifosi napoletani, De Santis è stato condannato a 16 anni.
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