Riemergono dal passato nomi che abbiamo sentito dai nonni, dai bisnonni, ’o Petisso, ’o Lione, Canè, ognuno porta con sé una tessera di tempo. Alcuni restano come promesse non mantenute, altri come punti di riferimento. Il periodo di Ruud Krol, descritto come un tempo “difficile ma possibile”, restituisce bene una sensazione diffusa: quella di stare sempre in bilico, in una zona in cui tutto può ancora cambiare.
Si vengono a sapere aneddoti e curiosità sul simbolo del Ciuccio, che inizialmente era un fiero cavallo, ma poco adatto allo spirito di una città che ha più ferite che muscoli e nonostante questo si impunta a voler vincere lo stesso.
E tra una pagina e l’altra, tra un’annata e l’altra, fioriscono all’improvviso, vivi e nitidi, ricordi che sembravano spariti, come sollecitati da una madeleine proustiana. La maglietta Buitoni del primo scudetto gelosamente conservata da mio fratello nei suoi vari traslochi, la tuta Mars del secondo scudetto che mio padre ha indossato nella buona e nella cattiva sorte, quando la squadra dopo le glorie maradoniane si è inabissata, quando trentatré anni dopo abbiamo festeggiato lo scudetto numero 3 e poi, inaspettatamente il 4, e durante un periodo di ricovero ospedaliero, al posto del pigiama, suscitando così stima e devozione da parte del personale ospedaliero in maniera trasversale, dagli addetti alle pulizie fino al primario. ’O zi’, chesta è ’a tuta originale, che s’arricorda l’89. Così si complimentavano tutti con solenne complicità tra una flebo e un prelievo.
Con piglio brillante, colto, sapiente ma mai nozionistico questo libro ci accompagna a spigolare tra i nostri ricordi, una sorta di lessico famigliare calcistico, per ogni annata un’immagine, un nome, un episodio dell’infanzia o dell’adolescenza, qualcosa che ci è stato raccontato, o che comunque sappiamo perché chi vive a Napoli, chi è napoletano, non può non essere tifoso, complice, partecipe, dei destini della squadra. Io sono tifosa per amore, per esempio, perché se vince il Napoli mio padre è più contento, mio fratello pure, e adesso anche mio figlio. Perché la gente il giorno dopo è spensierata, tiene la chiacchiera facile, la ruga in fronte meno profonda, il traffico addirittura scorre meglio, o almeno così pare. Voglio che vinca il Napoli perché le feste per lo scudetto sono il nostro Carnevale di Rio, perché i calciatori che hanno voluto un po’ di bene a questa città ne sono diventati i beniamini, sono stati ribattezzati con nomi autoctoni e hanno ricevuto imperituro diritto alla cittadinanza napoletana. Voglio che vinca il Napoli perché quando vado in giro per l’Italia e per il mondo mi sento più importante. Voglio che vinca il Napoli perché ci è stato detto che ci dovevamo accontentare e noi invece non ci siamo accontentati. Voglio che vinca il Napoli perché Maradona è amato più da noi che a Buenos Aires. Voglio che vinca il Napoli perché alla fine dei tempi di recupero posso tirare il fiato e mormorare: assafà ’a maronna! E per sentire, a fine partita, i cinque squilli della tromba da stadio di mio padre dalla casa a fianco che certificano la vittoria, e io lo so che sorride.
Poi, certo, questo libro ci insegna che vincere è così raro e che il vero tifoso, come mi rampogna spesso mio fratello, è quello che segue la squadra al di là del risultato, anche nei momenti di crisi, soprattutto in quelli. Come quando lui e mio padre si fecero l’abbonamento alla serie B, e addirittura alla C1, o quando, dopo aver perso drammaticamente il tesserino dell’abbonamento, andarono a perorare il loro sventurato caso al cospetto dei capi ultrà, i quali presero a cuore la vicenda e proposero a tutti e due di varcare i cancelli al loro seguito per le restanti partite. In cambio avrebbero dovuto caricarsi, insieme agli altri, striscioni e bandiere da esporre durante le coreografie.
La sciarpa è sempre là, un po’ scolorita ma con la scritta ben visibile: 1926. Di padre in figlio. E allora, tanti auguri, Napoli, e, come diceva mia nonna in occasione di ogni compleanno, “pe’ cient’ann ancora, a fora ’e chiste!”.