PREFAZIONE (Viola Ardone)

1926. Di padre in figlio.

È scritto in caratteri bianchi su sfondo azzurro e blu, su una sciarpa abbastanza scolorita e sfilacciata, cimelio di famiglia che viene esposto solo nei momenti topici, come se il suo potere taumaturgico e salvifico fosse soggetto alla screpolatura dell’uso, come per non abusare di un talismano che è allo stesso tempo una dichiarazione d’amore, un fattore genetico, la pagina di una storia.
Quando la sciarpa appare, evocata da un qualche segreto tabernacolo di cui mio padre è l’unico custode, significa che l’ora è solenne, una finale, una partita dirimente per le sorti del campionato, quei tre punti che ci portano dritti dritti in testa alla classifica. La sciarpa viene srotolata ed esposta come una reliquia sacerrima, pronta a dispensare i suoi buoni uffizi e, al tempo stesso, a rinsaldare quel legame familiare, genealogico, ombelicale tra padre e figlio, a cui ora si aggiunge il nipote, pagine di una storia che inizia esattamente 100 anni fa, come la sciarpa con chiarezza notarile certifica.
Il tifo è così, lo si eredita come i capelli rossi o gli incisivi sporgenti, a volte salta una generazione e poi ricompare, in caso di matrimoni misti, ad esempio, tra genitori di fedi diverse, è possibile che ci siano fratelli di credenze contrastanti, ostili, ma a buon diritto, come quando uno eredita le efelidi e l’altro la pelle olivastra.
Noi in famiglia siamo tutti del Napoli, perché mio padre ci ha catechizzato fin da piccoli grazie a racconti epici di vittorie eroiche e di infiniti lutti inflitti ai partenopei, di discese ardite e di risalite. Ma per noi è stato facile, siamo della generazione che ha visto giocare Maradona, epifania mistica che avrebbe convertito anche l’ateo più incallito.
Primo agosto pioveva racconta anche questo, ma non solo; qui c’è tutta la storia, romantica e avvincente come si addice a ogni epopea.

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